L’impatto dell’Intelligenza Artificiale a scuola: tra compiti “ombra” e calo dell’attenzione

L’impatto dell’Intelligenza Artificiale a scuola: tra compiti “ombra” e calo dell’attenzione

Di Giuseppina Bonadies

L’uso degli algoritmi tra gli studenti italiani è ormai una realtà quotidiana, spesso vissuta lontano dagli occhi dei docenti. Questo fenomeno, ribattezzato dagli esperti “shadow IA”, fotografa una tendenza diffusa: delegare lo studio alle macchine all’insaputa della scuola.

A fare luce sulla questione è il report EDUNext dell’Osservatorio Look4ward, che ha analizzato come la tecnologia stia trasformando la didattica. I dati emersi spengono i facili entusiasmi: l’utilizzo autonomo e senza filtri dell’IA rischia di ridurre drasticamente sia la concentrazione sia la spinta ad apprendere degli studenti.

I dati della tecnologia tra i banchi in Italia e in Europa

Secondo le statistiche Eurostat citate nell’indagine, l’IA generativa è uno strumento abituale per quasi il 60% degli studenti europei. Focalizzando l’attenzione sull’Italia, il panorama mostra che negli ultimi tre mesi:

  • Il 45% circa dei ragazzi tra i 16 e i 24 anni ha utilizzato queste tecnologie;
  • La percentuale scende al 31,4% nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni.

Il vero problema emerge sul fronte della didattica ufficiale: in Italia solo il 6,4% dei giovani usa l’IA in modo guidato a fini scolastici, contro una media UE del 9,4%. Ciononostante, gli strumenti digitali entrano comunque in classe. I dati del progetto ImparIAmo svelano infatti che l’87% degli alunni consulta l’IA in totale autonomia, escludendo i professori dal processo.

Quali sono i software più utilizzati?

Le preferenze degli studenti si concentrano su pochi noti software:

  • ChatGPT (33%)
  • Canva (26%)
  • Gemini (13%)
  • Copilot (8%)

La delega digitale e il rischio di “pigrizia cognitiva”

Per misurare gli effetti concreti di questa tecnologia sulla mente dei ragazzi, la ricerca ha coinvolto 800 studenti in un test controllato. Svolgere i compiti più semplici con l’aiuto dell’algoritmo ha mostrato risvolti inaspettati:

Il punteggio legato all’attenzione consapevole è sceso da 5,34 (di chi ha studiato tradizionalmente) a 4,53 per chi ha usato l’IA. Anche la qualità dell’apprendimento ha subìto una flessione, calando da 5,57 a 5,36. Inoltre, ottenere soluzioni pronte all’uso spegne la motivazione personale, il cui valore è crollato da 5,11 a 4,54.

I benefici dell’IA sotto la guida dei professori

Lo scenario cambia radicalmente quando l’intelligenza artificiale diventa parte di un percorso didattico strutturato e supervisionato. Lo dimostra IMPARAI, la sperimentazione del Ministero dell’Istruzione e del Merito che ha coinvolto 15 scuole sul territorio nazionale.

In questo caso, l’alleanza tra tecnologia e docenti ha portato a ottimi risultati:

  • La media dei voti è salita a 7,63 nelle classi del progetto (rispetto al 6,90 delle classi standard);
  • Le bocciature si sono azzerate (0%), a fronte del 16% registrato nei gruppi di controllo.

La vera sfida: insegnare il pensiero critico

Nonostante il forte coinvolgimento degli studenti (l’84% si dice entusiasta), la scuola fatica ancora a trasmettere un approccio scettico e analitico verso i risultati forniti dalle macchine.

Nei programmi analizzati, lo sviluppo del senso critico è stato inserito come obiettivo formativo solo nel 3% dei casi, mentre il problem solving si è fermato al 12%. La priorità per il futuro del sistema scolastico non è quindi l’adozione della tecnologia in sé, quanto l’educazione a un uso consapevole e ragionato della stessa.